Assessore di Pubblica Sicurezza e Questore
Giacinto Chiapussi
Primo Questore di Torino capitale d’Italia
A cura del Centro Studi e Ricerche della Polizia di Stato ANPS di Torino
Un importante personaggio della polizia torinese preunitaria è Giacinto Chiapussi.
Dalla sua scheda personale aggiornata al 1854, ritrovata all’Archivio di Stato di Torino, apprendiamo che era nato a Susa, l’11 novembre 1815. Nel 1854, è sposato e padre di due ragazzi; possiede “per il valore di lire centomila e più per la massima parte in beni stabili nella provincia di Susa ed in alcuni capitali”.
Laureato in legge nel 1841, Chiapussi è stato nominato luogotenente giudice della sezione Dora di Torino nel 1845, nel 1847 giudice di mandamento a Ormea e, infine, il 4 novembre 1848 assessore di P.S. (equivalente all’attuale commissario) a Torino, inizialmente alla sezione Borgo Po e in seguito a quella di Po. Sempre nella sua scheda personale, alla casella Condotta morale, attività e capacità, leggiamo:
“Regolato. Voglioso di agire e sagace. Sebbene talvolta troppo confidi nelle sue congetture, questo leggero difetto è largamente riparato dall’esito felice di non poche sulle molte operazioni che conduce. Animoso affronta qualunque emergenza. È pertanto un buon assessore”.
Il giudizio, datato 12 aprile 1854, è firmato dall’intendente avv. Giovanni Gallarini, reggente della questura di Torino.
L’avvocato Chiapussi rappresenta la figura più rilevante fra i funzionari della questura torinese.
Dimostra una solida cultura giuridica, con la pubblicazione, nel 1851, dell’opuscolo Alcuni cenni sull’Amministrazione di Sicurezza Pubblica e sul progetto di legge presentato alla Camera dei Deputati il 15 maggio 1851 dall’avvocato Sineo Relatore della Commissione, dove muove critiche vissute a questa proposta di legge.
Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 1854 una epidemia di colera si estende da Genova a Torino. Sui giornali le notizie della temibile malattia e i bollettini di ammalati e morti fanno la parte del leone. Trova spazio anche la clamorosa notizia di furti considerevoli, commessi nelle abitazioni di ricche famiglie torinesi, mentre i proprietari si trovano in villeggiatura in campagna.
Sulle imprese di questa banda di ladri, l’avvocato Giacinto Chiapussi riesce presto a fare luce, arresta i colpevoli e recupera parte della consistente refurtiva (gioielli con diamanti). Il capobanda è Giuseppe Pavia, genio delle serrature, abilissimo nel fabbricare perfette chiavi false. Pavia, al tempo, è un malfattore atipico. Evita ogni forma di violenza e ogni contatto con le sue vittime. Nel contempo sa pensare veramente in grande, come dimostra l’entità della refurtiva dei furti commessi. È capace a mimetizzarsi molto bene nell’ambiente cittadino, ha un rassicurante aspetto di borghese facoltoso e benpensante, assume molte diverse identità e si mostra sempre amabile con tutti e cortese con le signore[1].
Il questore Gallarini, il 16 settembre 1855, invia una dettagliata relazione al ministero dell’interno, per elogiare Chiapussi, che ha condotto inchieste sfociate nell’arresto di ben tre bande di ladri, con numerosi adepti: oltre a quella di Giuseppe Pavia (agosto 1854), quella di Rubiaglio (novembre 1854) e quella di Bontempo e Dragone, specializzata come quella di Pavia nei furti nelle case di famiglie torinesi nobili e facoltose (agosto 1855).
Il questore Gallarini segnala al ministero questi clamorosi successi ed evidenzia il ruolo positivo di assessori come Chiapussi, che accrescono nella popolazione il rispetto e l’ammirazione per le forze di polizia.
L’avvocato Chiapussi risolve brillantemente anche il caso dell’uccisione del sacerdote Giovanni Cavallo, strangolato nel suo letto nella notte dal 24 al 25 febbraio 1856, e derubato degli oggetti di valore. Già il 26 febbraio, l’assassino è arrestato: è Giuseppe Coltelli, un toscano di ventisei anni, proveniente da una buona famiglia di Pontedera, allora nel granducato di Toscana. Approdato a Torino, sbandato, Giuseppe Coltelli era senza casa e da alcune notti dormiva presso il sacerdote Cavallo, che generosamente lo ospitava. Alcuni giornali si complimentano con l’avvocato Chiapussi e con i suoi dipendenti, per la rapida indagine.
Giuseppe Coltelli confessa: ha ancora in tasca le cedole e l’orologio rubati alla sua vittima. È processato nel marzo dello stesso anno e, di nuovo, i giornali sottolineano il suo aspetto signorile e, soprattutto, il fatto che Coltelli si difenda parlando con grande sicurezza e facilità in italiano e non in piemontese, come gli imputati autoctoni. Coltelli sostiene di aver ucciso il chierico perché sdegnato dalle sue proposte omosessuali. I giudici preferiscono credere che lo abbia strangolato mentre dormiva per derubarlo. Con sentenza del 2 aprile 1856, lo condannano a morte. Il 5 giugno 1856, alle quattro e mezza del mattino, Coltelli viene impiccato. Sulla scala della forca confessa di avere commesso un’altra rapina, rimasta impunita.
Nel 1857 è giunto il momento di nominare un questore proveniente dagli assessori di pubblica sicurezza, con esperienze operative. L’avv. Giovanni Gallarini, che ha ricoperto la carica di questore dal 1854 al 1856, era un intendente, proveniente dalla carriera che oggi diremmo prefettizia. È nominato questore l’avv. Lorenzo Moris, che terrà questa carica fino al 1859.
Con tutte le referenze che abbiamo esposto in precedenza, c’è da chiedersi perché non fosse nominato Chiapussi alla carica di questore di Torino. Non sappiamo rispondere a questa domanda. Non ci sono documenti e non vogliamo tirare fuori ipotesi poco rassicuranti…
Chiapussi, invece, passa alla Amministrazione delle carceri, a quel tempo alle dipendenze del ministero dell’interno. Diviene direttore della Generala, il carcere minorile di Torino, oggi noto come “Ferrante Aporti”. Sul finire del 1859, è direttore delle carceri di Genova, quando viene nominato questore di Torino.
Dal 1860 al 1864, Chiapussi è il primo questore di Torino capitale del Regno d’Italia.
Non è un momento facile, né per il neonato regno, né per la città di Torino. Emergono problemi enormi e non sempre i politici appaiono all’altezza del loro compito.
Chiapussi deve di nuovo occuparsi di Giuseppe Pavia, che è evaso nel 1858 dal bagno penale di San Bartolomeo in Cagliari e ha ripreso la sua attività di ladro a Torino. Tra le sue vittime vi è un signor Agnelli, quando questo cognome a Torino non significa nulla. Pavia è arrestato, il 13 agosto 1861, a Torino. La stampa assicura che Torino è stato liberato da un pericolo e che si sarebbe fatta luce su una lunga serie di furti. Processato e condannato a venticinque anni di lavori forzati, Giuseppe Pavia, che non ha voluto fare confessioni e rivelazioni sui suoi complici, muore nell’ospedale del bagno penale di Gaeta nel 1887.
Il consenso e la simpatia popolare che la cattura di Giuseppe Pavia ha indotto nei confronti della questura torinese, dura un tempo brevissimo. Si addensano di colpo le più fosche nubi, l’arresto di Pavia è dimenticato, sospetto e sdegno verso la polizia aleggiano sulle pagine dei quotidiani politici torinesi.
Dalla seconda metà di agosto 1861, a Torino si verifica un clamoroso e grave scandalo che coinvolge un funzionario della Pubblica Sicurezza, fino ad allora assai stimato. Tutto inizia con le rivelazioni di un giovane criminale pentito torinese, Vincenzo Cibolla, che collabora con la giustizia. Nel corso di un primo processo (1860), Cibolla ha accusato numerosi complici, che formavano con lui la temibile associazione criminale, detta la Cocca, che aveva terrorizzato Torino negli anni tra il 1856 e il 1858. Cibolla, nell’agosto 1861, durante un secondo processo, accusa nuovi complici e rivela con prove inoppugnabili che il capo dell’associazione criminale era Filippo Curletti, delegato della questura torinese. Curletti intanto ha fatto carriera. Incaricato di tutelare la sicurezza pubblica nelle nuove province del regno d’Italia, risiede a Napoli, una delle città “difficili” del regno. Dopo un drammatico confronto con Cibolla in tribunale a Torino, Curletti, ormai smascherato e compromesso, non viene arrestato, ma soltanto sospeso dall’impiego. Ha così il tempo di fuggire all’estero, tra feroci polemiche giornalistiche che denunciano varie complicità nei suoi confronti. Si può affermare che il processo Cibolla rappresenti il vero primo grande scandalo dell’Italia unita.
Chiapussi non è direttamente coinvolto nelle polemiche. Al tempo della Cocca, lui apparteneva alla Amministrazione delle carceri. Qualcuno ricorda che era stato il questore Moris, il grande “patrono” di Curletti. Ma lo scandalo Curletti mette in cattiva luce l’Amministrazione di pubblica sicurezza, l’esecutivo del neonato regno d’Italia e giunge a sfiorare persino lo scomparso conte Camillo Cavour.
La Gazzetta del Popolo, qualificato quotidiano politico torinese, si fa promotore di un “serio riordino della polizia”. La campagna giornalistica mira al miglioramento dell’efficienza della pubblica sicurezza e alla istituzione di un ministero di polizia, che sia in grado di fronteggiare validamente la situazione molto grave dell’ordine pubblico di tutto il regno.
Nel marzo del 1863, il bolognese Marco Minghetti diventa presidente del consiglio, con il fiorentino Ubaldino Peruzzi ministro dell’interno e il napoletano Silvio Spaventa segretario generale del ministero dell’interno. I deputati Minghetti, Peruzzi e Silvio Spaventa sono i portavoce di una corrente antipiemontese che si è creata nel Parlamento e sostengono apertamente la necessità del trasferimento della capitale del regno da Torino in una città con posizione geografica meno periferica e di più forte carattere italiano.
Torino al tempo conta 179.000 abitanti che salgono a 207.000 con quelli dei sobborghi. Per far posto al Senato del regno, dal finire del 1862, la questura è stata spostata da Palazzo Madama e trasferita in piazza San Carlo, di lato alla chiesa di Santa Cristina. Nei mezzanini sotto i portici di piazza Castello, oggi occupati dalla prefettura, sono alloggiati il ministero dell’interno e quello degli esteri.
La gestione “antipiemontese” di Peruzzi e Silvio Spaventa del ministero dell’interno è avvertita a Torino soprattutto dal “peggioramento” delle guardie di pubblica sicurezza, il personale che ha più frequenti rapporti con la cittadinanza.
Nel settembre del 1864 dopo lunghe trattative segrete, il governo Minghetti stipula una Convenzione con la Francia. L’imperatore Napoleone III si impegna a ritirare le sue truppe dallo stato pontificio entro due anni. In cambio, l’Italia rinuncia alle sue aspirazioni su Roma, promette di non attaccare militarmente il territorio del Sommo Pontefice e si impegna a difenderlo da eventuali aggressioni. A garanzia di questa rinuncia, la capitale del regno d’Italia sarà trasferita in una città diversa da Torino. Il governo prevede proteste nella città di Torino e teme che il questore Chiapussi non sia abbastanza “energico” verso i Torinesi. Il ministro dell’interno non lo rimuove dal suo incarico ma, fin dalla firma della Convenzione (15 settembre), in segreto e all’insaputa della questura, chiama da Milano, Firenze, Napoli e Palermo un certo numero di funzionari di sua fiducia, posti a disposizione del segretario generale Silvio Spaventa, ed esautorando di fatto Chiapussi.
Quando è annunciata la decisione del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, il 21 e 22 settembre, i torinesi protestano, civilmente e con ordine come nel loro stile. La forza pubblica, mal guidata dai personaggi prima ricordati, spara sulla folla. Nei due giorni, in piazza Castello davanti al ministero dell’interno e in piazza San Carlo davanti alla questura si contano 52 morti, fra cui due donne, e 187 feriti. Per colpa di manovre di bassa politica, il questore Chiapussi - che dieci anni prima era considerato uno dei migliori funzionari di polizia - chiude male il suo periodo di questore di Torino. Si vuole trovare in lui un capro espiatorio: è ingiustamente rimosso e concluderà la sua carriera parcheggiato in qualche oscura sottoprefettura.
[1] Al curioso personaggio di Giuseppe Pavia, Milo Julini ha dedicato il suo libro L’Arsenio Lupin del Piemonte. Un abilissimo scassinatore astigiano attivo in Torino, capitale del regno di Sardegna e del regno d’Italia fra il 1854 e il 1862, Torino 1999.
http://www.cadutipolizia.it/anps-torino/1854chiappussi.asp
sabato 12 aprile 2008
domenica 6 aprile 2008
I silenzi della storia
"Chi sono costoro che parlano a nome della patria? Si era domandato Soardi convinto di completare per se stesso un discorso riferito al colloquio avuto poco prima con J.M.
Maria lo aveva invitato a sedere con voce dolce, ma determinata:>, aggiungendo subito che non avrebbe mai ripetuto, neppure di fronte alle torture, quanto stava per confessargli.
.
, aveva chiesto Soardi con voce dettata dall'impulso.
.
Il racconto della giovane donna si era poi soffermato nei particolari del suo dramma.
.
-Soardi non riusciva a trattenere lo stupore e l'indignazione incalzandola di domande. Era noto che il re Vittorio Emanuele II aveva le mani molto piccole, sproporzionate al suo corpo.
.
La donna dapprima non rispose poi, con molta fatica disse:>.
, quasi gridò Soardi.
.
, continuò il magistrato.
. Abbiamo tratto questo episodio da pagina 175 del libro di Diego Novelli " Amor di Patria"(1) ed una domanda ci è d'obbligo: di chi erano le mani luride ed appiccicose che profanarono la verginità di madamigella Maria? Chi era quel porco di Stato? Chi aveva fatto rapire la minorenne torinese? Chi aveva sistemato il fratello di madamigella Maria per riparare all'infame atto compiuto? Ce lo dice Filippo Curletti a pag. 5 del suo memoriale:.
Alle ore 8 di sera mi vi portai; un portiere senza livrea m'introdusse in una piccola sala semplicemente adorna. Nel punto in cui entrai, il conte di Cavour parlava con un personaggio a me ignoto. Il conte si volse verso di me, e avendomi riconosciuto disse al suo interlocutore:>. Egli diede a queste ultime parole una particolare significanza e sorrise.
Poco appresso mi feci capace di cosiffatto sorriso quando cioè il generale Sanfront (imparai più tardi il suo nome) dopo avermi fatto molte interrogazioni circa la mia famiglia, età, ecc.ecc., mi chiese improvvisamente:>.
In sulle prime rimasi sbalordito alla singolare domanda; poi risposi di sì. Ebbene, riprese il generale, vieni meco ch'io te la faccio conoscere; e sì dicendo lasciammo il ministero.
Non è mia intenzione far parola dei particolari di codesta avventura, colla quale principiai molto miseramente i miei servigi per la causa italiana. Cotale avventura levò gran rumore a Torino, ove da nessuno si ignora la storia di Madamigella Maria D... il cui fratello, poco dopo il fatto, fu nominato capo dell'ufficio delle Poste.
Questa impresa non è la sola del medesimo genere, onde mi sia quind'innanzi occupato; nullameno delle altre farò motto, perocchè, riferendosi alla vita privata, non possono avere alcun interesse per il grave lettore.(2)
Invece a noi interessano questi particolari, Curletti ci ha fatto intendere che chi profanò la verginità di madamigella Maria fu proprio il Cavour quando scrive che il Primo Ministro piemontese"...diede a queste ultime parole una particolare significanza e sorrise..."
Chi non sorrise fu proprio la madamigella di Torino e chissà quante altre verginelle. Fatti gravissimi da condannare penalmente e moralmente; noi ci atteniamo solo ai fatti raccontati dal Curletti per il quale il suo padrone risultava essere un pedofilo, questo si deduce dal racconto testè descritto. Da notare che codesti fatti vennero a galla solo dopo la morte del primo ministro piemontese, quando in quel di Torino vennero alla luce fatti e misfatti che coinvolgevano la polizia durante il processo cosiddetto Cibolla.
Il corso principale della mia città è intitolato al Cavour; speriamo che presto, la commisione per la toponomastica che si insediera a breve cancellerà quel nefasto cognome dalle lapidi della città tirrenica. Quel barbaro signore, quando Cialdini e Persano stavano bombardando Gaeta, intimò loro di raderla al suolo perché i gaetani ed i borbonici ritardavano i suoi piani di conquista.
Da una ricerca storica di Antonio Ciano di prossima pubblicazione
http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=54643
Maria lo aveva invitato a sedere con voce dolce, ma determinata:>, aggiungendo subito che non avrebbe mai ripetuto, neppure di fronte alle torture, quanto stava per confessargli.
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, aveva chiesto Soardi con voce dettata dall'impulso.
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Il racconto della giovane donna si era poi soffermato nei particolari del suo dramma.
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-Soardi non riusciva a trattenere lo stupore e l'indignazione incalzandola di domande. Era noto che il re Vittorio Emanuele II aveva le mani molto piccole, sproporzionate al suo corpo.
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La donna dapprima non rispose poi, con molta fatica disse:>.
, quasi gridò Soardi.
.
, continuò il magistrato.
. Abbiamo tratto questo episodio da pagina 175 del libro di Diego Novelli " Amor di Patria"(1) ed una domanda ci è d'obbligo: di chi erano le mani luride ed appiccicose che profanarono la verginità di madamigella Maria? Chi era quel porco di Stato? Chi aveva fatto rapire la minorenne torinese? Chi aveva sistemato il fratello di madamigella Maria per riparare all'infame atto compiuto? Ce lo dice Filippo Curletti a pag. 5 del suo memoriale:.
Alle ore 8 di sera mi vi portai; un portiere senza livrea m'introdusse in una piccola sala semplicemente adorna. Nel punto in cui entrai, il conte di Cavour parlava con un personaggio a me ignoto. Il conte si volse verso di me, e avendomi riconosciuto disse al suo interlocutore:>. Egli diede a queste ultime parole una particolare significanza e sorrise.
Poco appresso mi feci capace di cosiffatto sorriso quando cioè il generale Sanfront (imparai più tardi il suo nome) dopo avermi fatto molte interrogazioni circa la mia famiglia, età, ecc.ecc., mi chiese improvvisamente:>.
In sulle prime rimasi sbalordito alla singolare domanda; poi risposi di sì. Ebbene, riprese il generale, vieni meco ch'io te la faccio conoscere; e sì dicendo lasciammo il ministero.
Non è mia intenzione far parola dei particolari di codesta avventura, colla quale principiai molto miseramente i miei servigi per la causa italiana. Cotale avventura levò gran rumore a Torino, ove da nessuno si ignora la storia di Madamigella Maria D... il cui fratello, poco dopo il fatto, fu nominato capo dell'ufficio delle Poste.
Questa impresa non è la sola del medesimo genere, onde mi sia quind'innanzi occupato; nullameno delle altre farò motto, perocchè, riferendosi alla vita privata, non possono avere alcun interesse per il grave lettore.(2)
Invece a noi interessano questi particolari, Curletti ci ha fatto intendere che chi profanò la verginità di madamigella Maria fu proprio il Cavour quando scrive che il Primo Ministro piemontese"...diede a queste ultime parole una particolare significanza e sorrise..."
Chi non sorrise fu proprio la madamigella di Torino e chissà quante altre verginelle. Fatti gravissimi da condannare penalmente e moralmente; noi ci atteniamo solo ai fatti raccontati dal Curletti per il quale il suo padrone risultava essere un pedofilo, questo si deduce dal racconto testè descritto. Da notare che codesti fatti vennero a galla solo dopo la morte del primo ministro piemontese, quando in quel di Torino vennero alla luce fatti e misfatti che coinvolgevano la polizia durante il processo cosiddetto Cibolla.
Il corso principale della mia città è intitolato al Cavour; speriamo che presto, la commisione per la toponomastica che si insediera a breve cancellerà quel nefasto cognome dalle lapidi della città tirrenica. Quel barbaro signore, quando Cialdini e Persano stavano bombardando Gaeta, intimò loro di raderla al suolo perché i gaetani ed i borbonici ritardavano i suoi piani di conquista.
Da una ricerca storica di Antonio Ciano di prossima pubblicazione
http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=54643
martedì 11 marzo 2008
11/12 marzo 1860: 140 anni fa i plebisciti truffa d’ annessione
Un libro smaschera la truffa autoritaria ed antidemocratica del Risorgimento
I plebisciti di annessione alla Monarchia Sabauda, svolti nei territori del Ducato di Parma e Piacenza, del Ducato di Modena e Reggio , nelle legazioni Pontificie della Romagna e nel Granducato di Toscana, l'11 e 12 marzo 1860, furuno una truffa in pieno stile.Cosi' come truffaldini (oggi li chiamerebbero "bulgari" o "mussoliniani") lo furono quelli organizzati nelle Due Sicilie,nelle Marche,in Umbria nei mesi seguenti e nel Veneto nel 1866. A sostenere con forza questa tesi, nel libro "L'invenzione dell' Italia Unita" (Sansoni Editore, Milano 199 pg.504), e' il professor Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso l' Universita' di Macerata.Martucci originario di Lecce e residente a Bologna, e' anche il direttore del Laboratiorio di storia costituzionale "Antoine Barnave" presso l'Ateneo di Macerata.Nel suo libro, l’autore compie una disamina molto obbiettiva di quella che lui chiama "operazione politico-militare che nell'arco di soli venti mesi trasforma una penisola frammentata in piu' Stati di dimensione Regione o Provinciale, divisa linguisticamente in una decina di aree fortemente disomogenee, nel Regno d'Italia".Il testo di Martucci, non puo' certamente accusato di avere visioni di "nostalgia reazionaria" per monarchie assolute, Papi-Re, oppure di essere confuso con la retorica e demagogia xenofoba di Umberto Bossi e Mario Borghezio.Al contrario, prendendo spunto dai Carteggi Cavour, l'autore analizza correttamente le cose, "dando a Cesare Quel che e' di Cesare", facendo emergere particolari storici ,che la retorica risorgimentale e nazionalista ha seppellito dal 1860 in poi, sotto un mare di censure.Una retorica risorgimentalista nel segno dello Stato-Nazione, che ha visto come protagonisti negli anni, prima i monarchici liberali, poi i fascisti , da una certa fase della Resistenza anche i comunisti ex "internazionalisti" di Togliatti (che diedero l'ordine preciso di fermare ogni impulso federalista all'interno della Resistenza e del Cln e mandarono a morte, facendo la spia ai nazifasciti, il partigiano autonomista valdostano Emilie Chanoux ) ed infine dal dopoguerra, tutti i partiti Stato-Nazione della prima e "seconda" Repubblica.Cosi' emerge, che al momento del passaggio da un regime politico ad un altro, se da una parte Francesco V d'Este (al contrario di altri suoi predecessori ) ed i rappresentanti pontifici nelle legazioni di Bologna e Romagna non godevano certamente di un largo sostegno, per le politiche fortemente repressive degli ultimi anni ,dall'altra parte la popolazione era insensibile anche ai proclami definiti da Martucci "panitaliani" e non provava certo simpatia per i metodi polizieschi ed altrettanto autoritari dell’uomo di fiducia di Casa Savoia, il Farini. I reggenti del Ducato di Parma e Piacenza e Leopoldo II in Toscana, godevano invece ancora nel 1860 dell'appoggio e della stima della popolazione.L' 11 e 12 marzo 1860 " nei Ducati padani e nelle Legazioni - sostiene Martucci- fu offerta tra l'altro, una falsa alternativa tra annessione e "regno separato" che fu." solo apparente visto che la censura sulla stampa e lo scioglimento dei circoli di opposizione precostituivano un clima di consenso forzoso, ingentilito da distribuzioni gratuite di vino, ma anche irrobustito da qualche energico esempio (come l'assassinio del parmense Luigi Anviti nda) a spese di esponenti dei cessati regimi".Per non parlare dei rimedi presi dall'avvocato Camillo Casarini, della Societa' Nazionale di Bologna per azzerare "il rischio di prevedibili astensioni contadine"."I risultati attestano l'interventismo manipolatorio di Luigi Carlo Farini molto meglio di mille commenti, ma al tempo spesso, riducono drasticamente l'efficacia del voto in termini di spendibilita' politica" scrive Martucci che continua " la circostanza che su poco piu di mezzo milioni di chiamati alle urne, vi siano percentuali assolutamente irrisorie di voti nulli e voti di opposizione ( favorevoli ad un "regno separato" :756 lo 0,1% dei votanti!) finisce con rendere ininfluente politicamente questo voto, anche come mero sondaggio d'opinione".Su Luigi Carlo Farini, dittatore dei territori gia' Ducali e delle Legazioni ,ed autore dell'unificazione politica delle popolazione emiliane (cui sono dedicate Vie e piazze oggi in Emilia e Romagna e su tutto il territorio dello stato italiano) nel libro sono contentute ricostruzioni storiche e testimonianze dirette dell'epoca,in cui colui che organizzo' i plebisciti, appare molto piu’ simile ad uno dei personaggi della Tangentopoli dei giorni nostri che ad un eroe.Martucci parla di lui come di un "autoritario" , che "pose seri problemi" a Cavour. Un personaggio sul quale cadono pesanti ombre morali. Tanto che nelle Rivelazioni di Filippo Curletti, che fu capo della polizia di Farini, si parla di episodi come le "manifestazioni popolari" in suo sostegno, non avevassero nulla di spontaneo (sempre gli stessi metodi…70 anni dopo ci fu chi si invento' persino le squadriglie di aeroplani che si muovevano da un aeroporto all'altro per essere ripresi dai Cinergionali Luce si chiamava Mussolini nda) .Per non parlare dell'episodio della fusione e sparizione del tesoro ducale e delle relative finanze da parte della moglie di Farini, Genevieffa Cassiani.Della cosa fu poi accusato naturalmente il Duca Francesco V d'Este.Nel 1860 Curletti, fu arrestato per reati comuni, ma come racconta il libro "pochi anni piu' tardi gli venne data l'opportunita' di fuggire, indizio evidente che il dossier in suo possesso gli garantivano l'impunita' ,scogliandole l'eventuale morte per causa accidentale'". Fu truffa, anche nei territori del Granducato di Toscana, "anche se in misura leggermente meno pesante che nei territori governati da Farini " , dove a testimoniare la truffa sono gli stessi diplomatici francesi che annotano le peripezie di Bettino Ricasoli: "pressioni irrestistibili,fa diventari unitari antichi partigiani del granduca,scioglie circoli, procede di tanto in tanto a degli arresti sostituisce gonfalonieri (sindai)…raccomandando di inquadrare militarmente gli elettori per far votare i campagnoli sotto il peso delle gerarchie cittadine".Secondo l'ambasciatore francese di allora Mosburg nel dispaccio del 5 marzo 1860 rileva che: "le popolazioni non saranno costrette nel vero senso del termine, ma il solo fatto che l'opposizione non abbia ne' organo ne' facolta di discutere, inficiera' sempre la sincerita' di questo voto".E cosi' anche la Toscana fu annessa con i metodi "democratici" del buon Ricasoli. Il 21 ottobre si svolse il plebiscito truffa nelle Due Sicilie(in 238 distretti elettorali su 292 nemmeno un voto contrario…ben 20 a Palermo su 36.000 votanti.Il tutto a conclusione dei massacri e delle pulizie etniche dell'esercito dei Savoia contro i "briganti".Una pulizia etnica , con tanto di campi di concentramento per i prigionieri delle Due Sicilie, mandati a morire di freddo sulle nostre Alpi e ancora moribondi o gia' cadaveri, buttati nella calce per viva per far perdere ogni traccia, come testimoniano diversi libri.Insomma gli stessi metodi utilizzati piu' avanti da gente come Hitler, Mussolini, Stalin, Tito, Pol Pot, Mao, fino ai Milosevic e compari dei giorni nostri. Il 4 novembre 1860, fu la volta dell'Umbria (268 voti contrari su 97.348 votanti…) e delle Marche (dove si registrarono 0 voti nulli!) .La prima tornata dei plebisciti farsa, si rilevaro’ un ottimo precedente per i futuri inganni in Veneto ed un ottimo esempio per il dittatore fascista Benito Mussolini che copio’ pari pari I metodi dei Savoia e dei plebiscisti di annessione per I suoi plebisciti fascisti (schede e urne separate, intimidazioni e violenze). A 140 anni esatti di distanza, agli occhi di qualsiasi cittadino democratico e realmente liberale (chi oggi non si definisce tale?) appare inaccettabile quello che accadde nel 1860 e poi nel 1866, come nei plebisciti del regime fascista.Eppure , I plebisciti fascisti vengono giustamente condannatim questi no , perche’ questo e' di fatto il fondamento giuridico e storico dell'Italia "una ed indivisibile" (pena la galera via articolo fascista del Codice Rocco).Una truffa!A questo punto l’unico rimedio e risarcimento morale e politico , e’ chiedere con forza (come minimo), che in ognuna delle Regioni e Comunita’ attualmente riconosciute, si possano svolgere REFERENDUM PER L’AUTOGOVERNO (autogoverno vero, non il decentramento chiamato falsamente federalismo che federalismo non e’…) sotto controllo internazionale .E poi trasformare gli Statuti Regionali in vere e proprie Costituzioni, con leggi esclusive.Inoltre andrebbe riconosciuto il sacrosanto diritto all’autodeterminazione pacifica e per via referendaria, perche’ nulla e’ eterno.Non lo e’ stato l’impero romano, non lo sono stati i Ducati e le Repubbliche, non lo sara’ lo stato italiano fondato tra l’altro su plebisciti truffa di stampo ‘mussoliniano –bulgaro’.E sara’ nemmeno eterna l’Unione Europea, che non sottopone alla volonta’ democratica dei cittadini le sue scelte politiche ed economiche (perche’ nello stato italiano non e’ stato organizzato un referendum sul Trattato di Maastricht o su quello di Amsterdam ad esempio ?).
http://utenti.lycos.it/libertaemiliana/plebisciti.html
I plebisciti di annessione alla Monarchia Sabauda, svolti nei territori del Ducato di Parma e Piacenza, del Ducato di Modena e Reggio , nelle legazioni Pontificie della Romagna e nel Granducato di Toscana, l'11 e 12 marzo 1860, furuno una truffa in pieno stile.Cosi' come truffaldini (oggi li chiamerebbero "bulgari" o "mussoliniani") lo furono quelli organizzati nelle Due Sicilie,nelle Marche,in Umbria nei mesi seguenti e nel Veneto nel 1866. A sostenere con forza questa tesi, nel libro "L'invenzione dell' Italia Unita" (Sansoni Editore, Milano 199 pg.504), e' il professor Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso l' Universita' di Macerata.Martucci originario di Lecce e residente a Bologna, e' anche il direttore del Laboratiorio di storia costituzionale "Antoine Barnave" presso l'Ateneo di Macerata.Nel suo libro, l’autore compie una disamina molto obbiettiva di quella che lui chiama "operazione politico-militare che nell'arco di soli venti mesi trasforma una penisola frammentata in piu' Stati di dimensione Regione o Provinciale, divisa linguisticamente in una decina di aree fortemente disomogenee, nel Regno d'Italia".Il testo di Martucci, non puo' certamente accusato di avere visioni di "nostalgia reazionaria" per monarchie assolute, Papi-Re, oppure di essere confuso con la retorica e demagogia xenofoba di Umberto Bossi e Mario Borghezio.Al contrario, prendendo spunto dai Carteggi Cavour, l'autore analizza correttamente le cose, "dando a Cesare Quel che e' di Cesare", facendo emergere particolari storici ,che la retorica risorgimentale e nazionalista ha seppellito dal 1860 in poi, sotto un mare di censure.Una retorica risorgimentalista nel segno dello Stato-Nazione, che ha visto come protagonisti negli anni, prima i monarchici liberali, poi i fascisti , da una certa fase della Resistenza anche i comunisti ex "internazionalisti" di Togliatti (che diedero l'ordine preciso di fermare ogni impulso federalista all'interno della Resistenza e del Cln e mandarono a morte, facendo la spia ai nazifasciti, il partigiano autonomista valdostano Emilie Chanoux ) ed infine dal dopoguerra, tutti i partiti Stato-Nazione della prima e "seconda" Repubblica.Cosi' emerge, che al momento del passaggio da un regime politico ad un altro, se da una parte Francesco V d'Este (al contrario di altri suoi predecessori ) ed i rappresentanti pontifici nelle legazioni di Bologna e Romagna non godevano certamente di un largo sostegno, per le politiche fortemente repressive degli ultimi anni ,dall'altra parte la popolazione era insensibile anche ai proclami definiti da Martucci "panitaliani" e non provava certo simpatia per i metodi polizieschi ed altrettanto autoritari dell’uomo di fiducia di Casa Savoia, il Farini. I reggenti del Ducato di Parma e Piacenza e Leopoldo II in Toscana, godevano invece ancora nel 1860 dell'appoggio e della stima della popolazione.L' 11 e 12 marzo 1860 " nei Ducati padani e nelle Legazioni - sostiene Martucci- fu offerta tra l'altro, una falsa alternativa tra annessione e "regno separato" che fu." solo apparente visto che la censura sulla stampa e lo scioglimento dei circoli di opposizione precostituivano un clima di consenso forzoso, ingentilito da distribuzioni gratuite di vino, ma anche irrobustito da qualche energico esempio (come l'assassinio del parmense Luigi Anviti nda) a spese di esponenti dei cessati regimi".Per non parlare dei rimedi presi dall'avvocato Camillo Casarini, della Societa' Nazionale di Bologna per azzerare "il rischio di prevedibili astensioni contadine"."I risultati attestano l'interventismo manipolatorio di Luigi Carlo Farini molto meglio di mille commenti, ma al tempo spesso, riducono drasticamente l'efficacia del voto in termini di spendibilita' politica" scrive Martucci che continua " la circostanza che su poco piu di mezzo milioni di chiamati alle urne, vi siano percentuali assolutamente irrisorie di voti nulli e voti di opposizione ( favorevoli ad un "regno separato" :756 lo 0,1% dei votanti!) finisce con rendere ininfluente politicamente questo voto, anche come mero sondaggio d'opinione".Su Luigi Carlo Farini, dittatore dei territori gia' Ducali e delle Legazioni ,ed autore dell'unificazione politica delle popolazione emiliane (cui sono dedicate Vie e piazze oggi in Emilia e Romagna e su tutto il territorio dello stato italiano) nel libro sono contentute ricostruzioni storiche e testimonianze dirette dell'epoca,in cui colui che organizzo' i plebisciti, appare molto piu’ simile ad uno dei personaggi della Tangentopoli dei giorni nostri che ad un eroe.Martucci parla di lui come di un "autoritario" , che "pose seri problemi" a Cavour. Un personaggio sul quale cadono pesanti ombre morali. Tanto che nelle Rivelazioni di Filippo Curletti, che fu capo della polizia di Farini, si parla di episodi come le "manifestazioni popolari" in suo sostegno, non avevassero nulla di spontaneo (sempre gli stessi metodi…70 anni dopo ci fu chi si invento' persino le squadriglie di aeroplani che si muovevano da un aeroporto all'altro per essere ripresi dai Cinergionali Luce si chiamava Mussolini nda) .Per non parlare dell'episodio della fusione e sparizione del tesoro ducale e delle relative finanze da parte della moglie di Farini, Genevieffa Cassiani.Della cosa fu poi accusato naturalmente il Duca Francesco V d'Este.Nel 1860 Curletti, fu arrestato per reati comuni, ma come racconta il libro "pochi anni piu' tardi gli venne data l'opportunita' di fuggire, indizio evidente che il dossier in suo possesso gli garantivano l'impunita' ,scogliandole l'eventuale morte per causa accidentale'". Fu truffa, anche nei territori del Granducato di Toscana, "anche se in misura leggermente meno pesante che nei territori governati da Farini " , dove a testimoniare la truffa sono gli stessi diplomatici francesi che annotano le peripezie di Bettino Ricasoli: "pressioni irrestistibili,fa diventari unitari antichi partigiani del granduca,scioglie circoli, procede di tanto in tanto a degli arresti sostituisce gonfalonieri (sindai)…raccomandando di inquadrare militarmente gli elettori per far votare i campagnoli sotto il peso delle gerarchie cittadine".Secondo l'ambasciatore francese di allora Mosburg nel dispaccio del 5 marzo 1860 rileva che: "le popolazioni non saranno costrette nel vero senso del termine, ma il solo fatto che l'opposizione non abbia ne' organo ne' facolta di discutere, inficiera' sempre la sincerita' di questo voto".E cosi' anche la Toscana fu annessa con i metodi "democratici" del buon Ricasoli. Il 21 ottobre si svolse il plebiscito truffa nelle Due Sicilie(in 238 distretti elettorali su 292 nemmeno un voto contrario…ben 20 a Palermo su 36.000 votanti.Il tutto a conclusione dei massacri e delle pulizie etniche dell'esercito dei Savoia contro i "briganti".Una pulizia etnica , con tanto di campi di concentramento per i prigionieri delle Due Sicilie, mandati a morire di freddo sulle nostre Alpi e ancora moribondi o gia' cadaveri, buttati nella calce per viva per far perdere ogni traccia, come testimoniano diversi libri.Insomma gli stessi metodi utilizzati piu' avanti da gente come Hitler, Mussolini, Stalin, Tito, Pol Pot, Mao, fino ai Milosevic e compari dei giorni nostri. Il 4 novembre 1860, fu la volta dell'Umbria (268 voti contrari su 97.348 votanti…) e delle Marche (dove si registrarono 0 voti nulli!) .La prima tornata dei plebisciti farsa, si rilevaro’ un ottimo precedente per i futuri inganni in Veneto ed un ottimo esempio per il dittatore fascista Benito Mussolini che copio’ pari pari I metodi dei Savoia e dei plebiscisti di annessione per I suoi plebisciti fascisti (schede e urne separate, intimidazioni e violenze). A 140 anni esatti di distanza, agli occhi di qualsiasi cittadino democratico e realmente liberale (chi oggi non si definisce tale?) appare inaccettabile quello che accadde nel 1860 e poi nel 1866, come nei plebisciti del regime fascista.Eppure , I plebisciti fascisti vengono giustamente condannatim questi no , perche’ questo e' di fatto il fondamento giuridico e storico dell'Italia "una ed indivisibile" (pena la galera via articolo fascista del Codice Rocco).Una truffa!A questo punto l’unico rimedio e risarcimento morale e politico , e’ chiedere con forza (come minimo), che in ognuna delle Regioni e Comunita’ attualmente riconosciute, si possano svolgere REFERENDUM PER L’AUTOGOVERNO (autogoverno vero, non il decentramento chiamato falsamente federalismo che federalismo non e’…) sotto controllo internazionale .E poi trasformare gli Statuti Regionali in vere e proprie Costituzioni, con leggi esclusive.Inoltre andrebbe riconosciuto il sacrosanto diritto all’autodeterminazione pacifica e per via referendaria, perche’ nulla e’ eterno.Non lo e’ stato l’impero romano, non lo sono stati i Ducati e le Repubbliche, non lo sara’ lo stato italiano fondato tra l’altro su plebisciti truffa di stampo ‘mussoliniano –bulgaro’.E sara’ nemmeno eterna l’Unione Europea, che non sottopone alla volonta’ democratica dei cittadini le sue scelte politiche ed economiche (perche’ nello stato italiano non e’ stato organizzato un referendum sul Trattato di Maastricht o su quello di Amsterdam ad esempio ?).
http://utenti.lycos.it/libertaemiliana/plebisciti.html
sabato 16 febbraio 2008
Un agente segreto di Cavour truccò le votazioni del 1860
«Così io, agente segreto di Cavour, nel 1860 truccai le votazioni per l' unità d' Italia», è il titolo di un singolare articolo pubblicato dal Diario, in questi giorni in edicola. Il testo è stato scritto dopo il 1861 da un misterioso J. A., sigla sotto cui si nasconde Filippo Curletti, agente segreto di Cavour. Curletti rivela che le votazioni del Plebiscito (marzo 1860) per l' annessione al Piemonte delle regioni italiane via via conquistate, furono da lui stesso truccate. A titolo di esempio, ecco quello che scrive l' agente segreto del conte: «~ più dei quattro quinti degli abitanti dell' Emilia non si sono giammai approssimati all' urna!~ In ogni modo le manifestazioni che nelle città precederono e accompagnarono il suffragio, furono egualmente da noi organizzate~». Il documento attribuito a Filippo Curletti è stato scoperto da Giuseppe de Lutiis, il massimo studioso italiano dei servizi segreti, che lo ha inserito in un libro pubblicato dalla regione Toscana dal titolo I servizi segreti. Come funzionano, a che cosa servono, come controllarli.
Repubblica — 16 febbraio 2001 pagina 40 sezione: CULTURA
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/02/16/un-agente-segreto-di-cavour-trucco-le.html
Repubblica — 16 febbraio 2001 pagina 40 sezione: CULTURA
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/02/16/un-agente-segreto-di-cavour-trucco-le.html
sabato 9 febbraio 2008
La tradizione garibaldina a Langhirano – Il garibaldino Luigi Gonizzi detto Barsanti
4) LUIGI GONIZZI E’ IL FUTURO GARIBALDINO. IL NOME LUIGI (LOUIS) CHE GLI VIENE IMPOSTO HA UN’ ORIGINE FRANCESE
Luigi Michele Fortunato Gonizzi, il personaggio su cui è incentrato questo racconto intrecciato alle vicende del Risorgimento, nasce il 2 ottobre 1834 alle ore una pomeridiana alla presenza del delegato del Comune di Compiano, Distretto di Borgotaro, Ducato di Parma. Il nome Luigi ha un’origine francese, Louis significa infatti “glorioso in battaglia”. La dichiarazione che avviene il 4 dello stesso mese viene fatta alla presenza di Giuseppe Cardinali e Francesco Corvi di anni 56 ambedue domiciliati a Compiano. Le firme sottoscritte al documento di cui sopra sono di Domenico Gonizzi, Francesco Corvi e Giacomo Maggi (che non appare citato fra i presenti). Quando viene battezzato il figlio Luigi nella chiesa di San Giovanni Battista Domenico Gonizzi aveva 52 anni, un’età più consona allo status di nonno che a quello di padre. Secondo la testimonianza di Ermanno Scagliola priore laico della Arciconfraternita di S.Rocco (vedi paragrafo 6) risulta che prima di essere battezzati tutti i neonati (maschi e femmine) di Compiano venivano iscritti nella Confraternita i cui registri purtroppo furono in massima parte distrutti dal fuoco durante i rastrellamenti tedeschi del 19 luglio 1944 avvenuti nell’Alta Val Taro. Luigi a 20 anni è nelle liste della provincia di Parma per la coscrizione obbligatoria dell’anno 1854, l’anno in cui avviene l’attentato mortale del Duca Carlo III di Borbone, viene però esentato (eccettuato) per abito scrofoloso. In altre parole Luigi Gonizzi è affetto da una patologia, la scrofola che può preludere a causa dell’ingrossamento delle ghiandole in tubercolosi. Può essere interessante ricordare che in quel periodo oltre alla scrofola le malattie più frequenti nel proletariato cittadino erano rachitismo, tubercolosi, febbre puerperale, la difterite (la più pericolosa delle malattie infantili) e malaria, nonché la pellagra e il gozzo fra i lavoratori della terra. Risolto come sembrerebbe il problema di tipo sanitario Luigi si unisce in matrimonio qualche anno dopo nel ‘68 a Lugagnano Val d’Arda (PC) nella chiesa di San Zenone con la giovanissima Adele Silva, nata ad Agazzano (PC) nel 1852, figlia di Vincenzo (usciere di pretura e possidente) ed Ermelinda Bargoni. L’intera famiglia Gonizzi, come risulta dal censimento del 1857, abitava a Parma in un alloggio in affitto di Borgo della Posta n° 19 al secondo piano, nell’edificio adiacente alla chiesa di Santa Maria Maddalena. La famiglia era composta da Domenico già cancelliere di pretura e vedovo dell’amata consorte Luigia Limidi, i figli Luigia, Margherita, GianAndrea e Luigi. In quell’anno come servente definita “persona estranea che dimora e pernotta nella famiglia” risulta presente nella famiglia Gonizzi la diciottenne Luigia Gandolfi di Ferdinando nata a Langhirano. Sulla Gazzetta di Parma del 9 e 10 novembre 1859 ho individuato l’elenco dei sottoscrittori parmigiani con le relative offerte per l’acquisto del milione di fucili (Enfield, Barnett, ecc.), la campagna promossa dal generale Garibaldi e dai patrioti milanesi Besana e Finzi. Fra marzo e giugno del 1859 Garibaldi era stato impegnato su incarico del Ministro Urbano Rattazzi (1810-1873) in una sorta di tour frenetico per l’inaugurazione di svariati tiri al bersaglio nel nord del paese. La prima società di tiro al bersaglio fu quella di Genova, costituitasi nel 1852, con a capo Antonio Mosto, fervente mazziniano e collezionista di armi di pregio. Le idee repubblicane che professò lo portarono a divenire membro di alcune organizzazioni democratiche fra cui la Società democratica e la Società emancipatrice. La costituzione dei comitati di arruolamento e dei tiri al bersaglio fu promossa ufficiosamente dal primo ministro Urbano Rattazzi. In una lettera dell’aprile 1862 contenuta nell’Archivio del Risorgimento di Roma Garibaldi così esortò: <>. Il 24 marzo del 1862 venne pubblicato nella città di Parma il regolamento per il concorso di inaugurazione del Tiro al Bersaglio. La società promotrice aveva allestito il regolamento affisso nelle vie della città, stampato dalla Tipografia Grazioli. Presidente era stato eletto Garibaldi, vicepresidenti il ten. colonnello Gaspare Trecchi e il Prof. Antonio Oliva. Fra i consiglieri un caro amico dell’Eroe, Faustino Tanara. L’arrivo di Garibaldi previsto inizialmente per il 25 marzo era stato spostato al 30 marzo per i molti impegni che lo stesso aveva a Milano.
E’ lo stesso Luigi Gonizzi che il 5 ottobre 1859 offrì la pistola al Conte piacentino Luigi Anviti il modo da consentirgli di suicidarsi in modo “onorevole” evitando il possibile massacro ad opera della popolazione infuriata che più volte tenta di forzare l’ingresso alla caserma degli ex dragoni (oggi via Bodoni). Nel libro di Modesto Fulloni “La frana di Carrobio” stampato dalla Tipografia Aroldi, Casalmaggiore 1876, ristampato con un nuovo titolo “Il secolo delle Duchesse – Parma da capitale a provincia del Regno – 1816–1870” dalla editrice PPS di Parma nel 1994 è riportato il colloquio tra un carabiniere e lo sfortunato colonnello :”Un Carabiniere presentossi a lui dicendole Sig.Colonnello Ella è un soldato…. Prenda questa pistola; per lei non vé più altro scampo, non dia loro la soddisfazione d’averlo vivo. Il vile rispose, non ho il coraggio di farlo”. Il carabiniere citato dal Fulloni è in realtà l’applicato di pubblica sicurezza Luigi Gonizzi testimone partecipe alle fasi del drammatico evento che finirà in tragedia. Nel libro di Rocco Piscitelli “La Questura di Parma – Nel quadro degli uffici di P.S. parmensi dal 1859 al 1961” edito dalla Tipografia La Nazionale in Parma 1962 viene precisato dall’autore che il periodo del 1859 è caratterizzato dal trapasso dall’antico al nuovo dominio, dai Borboni all’Italia unita, e “in cui il territorio dell’ex ducato è governato da istituzioni provvisorie dove i corpi di polizia sono adeguati alle nuove esigenze (procedendo) con criteri più che tecnici e amministrativi, meramente politici”. Il figlio di Luigi vale a dire mio nonno Adelmo ricorderà sempre nelle serate fredde d’inverno i particolari raccontati da suo padre che la furia omicida del popolo non si placò se non dopo lo squartamento dell’Anviti a cui venne strappato il cuore, la recisione del capo con una daga (utilizzata come sega) e particolare assolutamente inedito gli organi genitali del povero infelice inchiodati alla porta di casa dell’amante in Borgo dell’Asse (oggi Borgo del Parmigianino). Sul massacro del Conte piacentino in Per la Val Baganza 2003 avevo elaborato una ricostruzione storica utilizzando tre testi di cui uno assolutamente raro che consentono di fermare l’attenzione del lettore sul ruolo giocato nella vicenda dell’Anviti dai servizi segreti del Regno del Piemonte (o Regno Sardo) e in particolare sull’Ispettore di P.S. Filippo Curletti e su Giuseppe La Farina a quel tempo Capo di Gabinetto del Cavour e suo stretto collaboratore già dal 1856. Li cito di seguito: 1) Roberto Martucci “L’invenzione dell’Italia unita 1855-1864” ed. Sansoni 1999, 2) Vito Di Dario “Oh, mia patria! Un inviato speciale nel primo anno d’Italia” ed. Le Scie Mondadori 1990, 3) Ernesto Ravvitti “Delle recenti avventure d’Italia” stampato dalla Tipografia Emiliana – Venezia 1864. Il terzo volume composto da due tomi, appartenuto al generale di Corpo d’Armata Manlio Mora (Parma 1883-1973), offre ai lettori una versione più vicina agli interessi della Casa dei Borbone. La questione che viene raccontata dei frequentissimi furti, degli stupri, degli assassini accaduti negli anni 1856, ‘57, ‘58 tanto “che nessuno osava più avventurarsi di notte per le vie alquanto solitarie, e molto meno uscire alla campagna” nella città di Torino hanno come protagonisti gli agenti segreti del Regno Sardo e in particolare Filippo Curletti “promotore ed ordinatore degli assassini”. Un quarto libro “Sangue a Parma (1848-1859)” di Giansiro Ferrata ed Elio Vittorini era stato pubblicato una prima volta nel 1939 col titolo “La tragica vicenda di Carlo III” poi ristampato con i tipi di Arnoldo Mondadori nel 1967.
Mentre Luigi Gonizzi, qualche tempo prima di raggiungere Garibaldi e l’esercito meridionale nell’agosto 1860, fece l’offerta nell’ex capitale presso il “Caffè del popolo” di Pietro Violi, un repubblicano convinto, padre di Italo e Icilio (che sarà uno dei Mille), il dr. Domenico, nello stesso giorno, per offrire il denaro per la campagna del milione di fucili, scelse l’esercizio della tipografia di Pietro Grazioli che fra il 1860 e 1864 venne ribattezzata Tipografia Cavour.
Giancarlo Tedeschi (pronipote materno del ten. col. dei garibaldini Luigi Gonizzi)
http://www.prefetturadiparma.it/pubblicazioni/convegno%20di%20langhirano/Intervento_Tedeschi.asp
Luigi Michele Fortunato Gonizzi, il personaggio su cui è incentrato questo racconto intrecciato alle vicende del Risorgimento, nasce il 2 ottobre 1834 alle ore una pomeridiana alla presenza del delegato del Comune di Compiano, Distretto di Borgotaro, Ducato di Parma. Il nome Luigi ha un’origine francese, Louis significa infatti “glorioso in battaglia”. La dichiarazione che avviene il 4 dello stesso mese viene fatta alla presenza di Giuseppe Cardinali e Francesco Corvi di anni 56 ambedue domiciliati a Compiano. Le firme sottoscritte al documento di cui sopra sono di Domenico Gonizzi, Francesco Corvi e Giacomo Maggi (che non appare citato fra i presenti). Quando viene battezzato il figlio Luigi nella chiesa di San Giovanni Battista Domenico Gonizzi aveva 52 anni, un’età più consona allo status di nonno che a quello di padre. Secondo la testimonianza di Ermanno Scagliola priore laico della Arciconfraternita di S.Rocco (vedi paragrafo 6) risulta che prima di essere battezzati tutti i neonati (maschi e femmine) di Compiano venivano iscritti nella Confraternita i cui registri purtroppo furono in massima parte distrutti dal fuoco durante i rastrellamenti tedeschi del 19 luglio 1944 avvenuti nell’Alta Val Taro. Luigi a 20 anni è nelle liste della provincia di Parma per la coscrizione obbligatoria dell’anno 1854, l’anno in cui avviene l’attentato mortale del Duca Carlo III di Borbone, viene però esentato (eccettuato) per abito scrofoloso. In altre parole Luigi Gonizzi è affetto da una patologia, la scrofola che può preludere a causa dell’ingrossamento delle ghiandole in tubercolosi. Può essere interessante ricordare che in quel periodo oltre alla scrofola le malattie più frequenti nel proletariato cittadino erano rachitismo, tubercolosi, febbre puerperale, la difterite (la più pericolosa delle malattie infantili) e malaria, nonché la pellagra e il gozzo fra i lavoratori della terra. Risolto come sembrerebbe il problema di tipo sanitario Luigi si unisce in matrimonio qualche anno dopo nel ‘68 a Lugagnano Val d’Arda (PC) nella chiesa di San Zenone con la giovanissima Adele Silva, nata ad Agazzano (PC) nel 1852, figlia di Vincenzo (usciere di pretura e possidente) ed Ermelinda Bargoni. L’intera famiglia Gonizzi, come risulta dal censimento del 1857, abitava a Parma in un alloggio in affitto di Borgo della Posta n° 19 al secondo piano, nell’edificio adiacente alla chiesa di Santa Maria Maddalena. La famiglia era composta da Domenico già cancelliere di pretura e vedovo dell’amata consorte Luigia Limidi, i figli Luigia, Margherita, GianAndrea e Luigi. In quell’anno come servente definita “persona estranea che dimora e pernotta nella famiglia” risulta presente nella famiglia Gonizzi la diciottenne Luigia Gandolfi di Ferdinando nata a Langhirano. Sulla Gazzetta di Parma del 9 e 10 novembre 1859 ho individuato l’elenco dei sottoscrittori parmigiani con le relative offerte per l’acquisto del milione di fucili (Enfield, Barnett, ecc.), la campagna promossa dal generale Garibaldi e dai patrioti milanesi Besana e Finzi. Fra marzo e giugno del 1859 Garibaldi era stato impegnato su incarico del Ministro Urbano Rattazzi (1810-1873) in una sorta di tour frenetico per l’inaugurazione di svariati tiri al bersaglio nel nord del paese. La prima società di tiro al bersaglio fu quella di Genova, costituitasi nel 1852, con a capo Antonio Mosto, fervente mazziniano e collezionista di armi di pregio. Le idee repubblicane che professò lo portarono a divenire membro di alcune organizzazioni democratiche fra cui la Società democratica e la Società emancipatrice. La costituzione dei comitati di arruolamento e dei tiri al bersaglio fu promossa ufficiosamente dal primo ministro Urbano Rattazzi. In una lettera dell’aprile 1862 contenuta nell’Archivio del Risorgimento di Roma Garibaldi così esortò: <
E’ lo stesso Luigi Gonizzi che il 5 ottobre 1859 offrì la pistola al Conte piacentino Luigi Anviti il modo da consentirgli di suicidarsi in modo “onorevole” evitando il possibile massacro ad opera della popolazione infuriata che più volte tenta di forzare l’ingresso alla caserma degli ex dragoni (oggi via Bodoni). Nel libro di Modesto Fulloni “La frana di Carrobio” stampato dalla Tipografia Aroldi, Casalmaggiore 1876, ristampato con un nuovo titolo “Il secolo delle Duchesse – Parma da capitale a provincia del Regno – 1816–1870” dalla editrice PPS di Parma nel 1994 è riportato il colloquio tra un carabiniere e lo sfortunato colonnello :”Un Carabiniere presentossi a lui dicendole Sig.Colonnello Ella è un soldato…. Prenda questa pistola; per lei non vé più altro scampo, non dia loro la soddisfazione d’averlo vivo. Il vile rispose, non ho il coraggio di farlo”. Il carabiniere citato dal Fulloni è in realtà l’applicato di pubblica sicurezza Luigi Gonizzi testimone partecipe alle fasi del drammatico evento che finirà in tragedia. Nel libro di Rocco Piscitelli “La Questura di Parma – Nel quadro degli uffici di P.S. parmensi dal 1859 al 1961” edito dalla Tipografia La Nazionale in Parma 1962 viene precisato dall’autore che il periodo del 1859 è caratterizzato dal trapasso dall’antico al nuovo dominio, dai Borboni all’Italia unita, e “in cui il territorio dell’ex ducato è governato da istituzioni provvisorie dove i corpi di polizia sono adeguati alle nuove esigenze (procedendo) con criteri più che tecnici e amministrativi, meramente politici”. Il figlio di Luigi vale a dire mio nonno Adelmo ricorderà sempre nelle serate fredde d’inverno i particolari raccontati da suo padre che la furia omicida del popolo non si placò se non dopo lo squartamento dell’Anviti a cui venne strappato il cuore, la recisione del capo con una daga (utilizzata come sega) e particolare assolutamente inedito gli organi genitali del povero infelice inchiodati alla porta di casa dell’amante in Borgo dell’Asse (oggi Borgo del Parmigianino). Sul massacro del Conte piacentino in Per la Val Baganza 2003 avevo elaborato una ricostruzione storica utilizzando tre testi di cui uno assolutamente raro che consentono di fermare l’attenzione del lettore sul ruolo giocato nella vicenda dell’Anviti dai servizi segreti del Regno del Piemonte (o Regno Sardo) e in particolare sull’Ispettore di P.S. Filippo Curletti e su Giuseppe La Farina a quel tempo Capo di Gabinetto del Cavour e suo stretto collaboratore già dal 1856. Li cito di seguito: 1) Roberto Martucci “L’invenzione dell’Italia unita 1855-1864” ed. Sansoni 1999, 2) Vito Di Dario “Oh, mia patria! Un inviato speciale nel primo anno d’Italia” ed. Le Scie Mondadori 1990, 3) Ernesto Ravvitti “Delle recenti avventure d’Italia” stampato dalla Tipografia Emiliana – Venezia 1864. Il terzo volume composto da due tomi, appartenuto al generale di Corpo d’Armata Manlio Mora (Parma 1883-1973), offre ai lettori una versione più vicina agli interessi della Casa dei Borbone. La questione che viene raccontata dei frequentissimi furti, degli stupri, degli assassini accaduti negli anni 1856, ‘57, ‘58 tanto “che nessuno osava più avventurarsi di notte per le vie alquanto solitarie, e molto meno uscire alla campagna” nella città di Torino hanno come protagonisti gli agenti segreti del Regno Sardo e in particolare Filippo Curletti “promotore ed ordinatore degli assassini”. Un quarto libro “Sangue a Parma (1848-1859)” di Giansiro Ferrata ed Elio Vittorini era stato pubblicato una prima volta nel 1939 col titolo “La tragica vicenda di Carlo III” poi ristampato con i tipi di Arnoldo Mondadori nel 1967.
Mentre Luigi Gonizzi, qualche tempo prima di raggiungere Garibaldi e l’esercito meridionale nell’agosto 1860, fece l’offerta nell’ex capitale presso il “Caffè del popolo” di Pietro Violi, un repubblicano convinto, padre di Italo e Icilio (che sarà uno dei Mille), il dr. Domenico, nello stesso giorno, per offrire il denaro per la campagna del milione di fucili, scelse l’esercizio della tipografia di Pietro Grazioli che fra il 1860 e 1864 venne ribattezzata Tipografia Cavour.
Giancarlo Tedeschi (pronipote materno del ten. col. dei garibaldini Luigi Gonizzi)
http://www.prefetturadiparma.it/pubblicazioni/convegno%20di%20langhirano/Intervento_Tedeschi.asp
giovedì 15 novembre 2007
La verità sul risorgimento italiano dal libro del Curletti
Filippo Curletti, agente segreto del Conte Cavour e capo della polizia di farini, visse da protagonista le vicende che condussero all'unità d'Italia.
In qualità di agente il Curletti veniva regolarmente messo al corrente dei numerosi segreti e complotti che stavano alla base della politica sabauda.
Curletti pubblicò le sue rivelazioni dopo la proclamazione dell'unità d'Italia e avvertiva fin dall'inizio i suoi lettori:
"Qualcheduno griderà forse allo scandalo: è più comodo che di confutare. Ma quelli che mi avranno letto e che vorranno rendere giustizia alla moderazione del mio linguaggio, riconosceranno che, se vi ha scandalo, non è mia colpa, ma è colpa dei fatti".
Dal libro del Curletti si può perciò dedurre che il risorgimento italiano non fu un movimento popolare realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, bensì un'azione programmata e pianificata da élite borghesi che non esitarono ad adottare ogni stratagemma per giungere al loro scopo: la vittoria dei liberali contro il legittimismo e la tradizione.
Ma cominciamo ad approffondire:
Il giovane Curletti, di origine romagnole, si inseriva, contro il volere della sua stessa famiglia, fedelissima al Papa, nella vita del Piemonte in appoggio ai liberali nel 1858.
Come primo incarico assunse il cordinamento dei comitati sorti in Toscana per creare finte agitazioni popolari: "I miei uomini dovevano disperdersi per gruppi nei quartieri esterni della città e cominciare a produrre degli assembramenti colle grida di : Viva l'indipendenza! Abbasso i Lorena!".
L'opera di conquista del territorio italiano da parte dello stato piemontese muoveva già i suoi primi passi basandosi su farse appositamente messe in scena per andare a colmare quella carenza di protesta che era invece necessaria per giustificare la guerra.
Continua...
http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/La-verit-224-sul-risorgimento-italiano-dal-libro-del-Curletti/D3335688.html
In qualità di agente il Curletti veniva regolarmente messo al corrente dei numerosi segreti e complotti che stavano alla base della politica sabauda.
Curletti pubblicò le sue rivelazioni dopo la proclamazione dell'unità d'Italia e avvertiva fin dall'inizio i suoi lettori:
"Qualcheduno griderà forse allo scandalo: è più comodo che di confutare. Ma quelli che mi avranno letto e che vorranno rendere giustizia alla moderazione del mio linguaggio, riconosceranno che, se vi ha scandalo, non è mia colpa, ma è colpa dei fatti".
Dal libro del Curletti si può perciò dedurre che il risorgimento italiano non fu un movimento popolare realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, bensì un'azione programmata e pianificata da élite borghesi che non esitarono ad adottare ogni stratagemma per giungere al loro scopo: la vittoria dei liberali contro il legittimismo e la tradizione.
Ma cominciamo ad approffondire:
Il giovane Curletti, di origine romagnole, si inseriva, contro il volere della sua stessa famiglia, fedelissima al Papa, nella vita del Piemonte in appoggio ai liberali nel 1858.
Come primo incarico assunse il cordinamento dei comitati sorti in Toscana per creare finte agitazioni popolari: "I miei uomini dovevano disperdersi per gruppi nei quartieri esterni della città e cominciare a produrre degli assembramenti colle grida di : Viva l'indipendenza! Abbasso i Lorena!".
L'opera di conquista del territorio italiano da parte dello stato piemontese muoveva già i suoi primi passi basandosi su farse appositamente messe in scena per andare a colmare quella carenza di protesta che era invece necessaria per giustificare la guerra.
Continua...
http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/La-verit-224-sul-risorgimento-italiano-dal-libro-del-Curletti/D3335688.html
martedì 1 marzo 2005
Novità: LA VERITA' SUGLI UOMINI E SULLE COSE DEL REGNO D'ITALIA di Filippo Curletti
Queste straordinarie rivelazioni, che immancabilmente gettano una luce nuova sugli avvenimenti e sugli uomini che hanno costruito la storia del Risorgimento, ci mostrano finalmente il processo che portò all’unificazione italiana per quello che veramente fu, dopo che per decenni una certa storiografia di parte ce lo aveva venduto come l’intoccabile e indiscutibile azione eroica di valenti personaggi che si fecero portavoce di un fantomatico popolo oppresso.Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente dei numerosi segreti e complotti alla base degli avvenimenti sfociati nell’unificazione della penisola italiana e nella vittoria definitiva dei liberali contro il legittimismo e l’assolutismo. Tali segreti lasciano emergere finalmente come il Risorgimento, ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto dalla gente e realizzato infine da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, fu invece in realtà un’azione lungamente programmata e pianificata da alcune élites borghesi che machiavellicamente non esitarono ad adottare stratagemmi tutt’altro che onesti o eticamente ortodossi per giungere allo scopo.
Filippo Curletti
LA VERITA' SUGLI UOMINI E SULLE COSE DEL REGNO D'ITALIA
Rivelazioni di J.A.
Antico Agente segreto del Conte Cavour
a cura di Elena Bianchini Braglia
Presentazione di Walther Boni
Edizioni Tabula fati
[ISBN-88-7475-043-9]
Pagg. 80 - € 3,50
http://www.edizionitabulafati.it/veritauomini.htm
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